sabato 13 dicembre 2014

Serate di caffè turco

Via Gül Baba, Budapest, da qui

Quando le relazioni ungaro-turche e gli elementi comuni del passato dei due nazioni sono menzionati, la maggior parte degli ungheresi sicuramente ricorderà due cose: il periodo del dominio ottomano (1526-1686), e la leggendaria ospitalità turca, con la quale i kardeşler (fratelli) ungheresi sono ricevuti in tutta la Turchia, dal bazaar di Istanbul fino a Antalya.

Ma le relazioni ungaro-turche non finiscono qui. Raggiungono molto più lontano nello spazio  nel tempo. Il loro primo periodo, molto prima dell’arrivo delle tribù ungheresi nel bacino di Carpazi intorno a 896, è attestato non solo dalla già menzionata eredità turca della nostra lingua, ma anche dalle molte caratteristiche comuni della nostra musica popolare, ricercate da Béla Bartók, e, più recentemente, da János Sipos. Questi paralleli musicali sono oggi propagati in modo impressionante ad un pubblico più ampio dalla cantante di folk marocchino-ungherese Majda Mária Guessous.


La canzona popolare turca «Kurt paşa çıktı Gozan'a» (Kurt Pascià entra in Kozan), raccolta da Béla Bartók a Osmaniye, e una versione ungherese, raccolta da Zoltán Kodály a Hontfüzesgyarmat: «Üveg az ablakom, nem réz» (La mia finestra è di vetro, non di rame), cantate da Majda Mária Guessous. Vedi qui il video.

Questo patrimonio orientale è in netto contrasto con i centocinquanta anni di dominio ottomano, il cui impatto indiretto si sente ancora, e che, a rigore, si iniziò un po’ prima e si concluse un po’ più tardi di come l’opinione pubblica lo sa: il primo con l’assedio di Belgrado nel 1521, e il secondo con la Pace di Passarowitz nel 1718, con quale il dominio ottomano fu abolito anche nell’ultimo territorio dell’Ungheria storica, nel Banato di Temes. E il periodo delle relazioni dirette si può ampliato ancora di più, dai primi contatti militari negli 1370 e lo successivo sviluppo del sistema di fortezze meridionale, fino alla «ultima guerra ungherese-turca» che si è conclusa nel 1791.

Nell’Ottocento la sopravvivenza dei ricordi delle ostilità fu sempre più affiancata da un nuovo approccio pro-turco, ispirato anche dalla politica contemporanea (come lo abbiamo menzionato a proposito del viaggio persiano di Sándor Kégl), come un nuovo capitolo dell’idea moderna del nazionalismo, e una riceca delle radici storiche della nazione. Questa ricerca, insieme con l’orientalismo popolare dell’Ottocento, erano le fonti dei vigorosi studi orientali nell’Ungheria. È interessante notare, che, anche se le conoscenze acquistate durante i viaggi di Ármin Vámbéry nell’Asia Centrale diedero un impulso all’idea del pan-turanismo, tuttavia quest’ulteriore non era mai così forte nell’Ungheria, come in Finlandia o Giappone, dove godeva di alta popolarità (nella Finlandia prebellica la loro associazione aveva quarantamila membri), o in Turchia, dove per un periodo era l’ideologia ufficiale.


Tutto questo e molto di più è stato discusso da Pál Fodor, turcologo e storico, direttore generale dell’Istituto di Storia dell’Accademia Ungherese delle Scienze, nella sua conferenza «Ungheresi e turchi nell’occhio dell’altro», organizzata il 3 dicembre nella serie delle Serate di caffè turco nel Palazzo Bobula dal Yunus Emre Enstitüsü, l’istituto culturale turco, che riceve il suo nome dal poeta e mistico sufi del Trecento.


La serie che si continua da ormai quattro anni si è cominciata in modo esemplare, come iniziativa civile. Ildikó Rüll e Ágnes Tóth, laureati in studi inglesi e studi internazionali, l’organizzano da mese in mese con grande entusiasmo e amore per la cultura turca. Come risultato, la serie è ormai diventata il fiore all’occhiello dell’Istituto Turco di Cultura di Budapest. Prima della conferenza abbiamo parlat con loro sule Serate, e Ágnes Tóth, che nel frattempo è diventata collega di tempo pieno dell’Istituto, ha anche parlato sul funzionamento di esso.

Ágnes Tóth

Quando si ha fondato l’Istituto, e quali sono i suoi principali obiettivi e programmi?

Ágnes Tóth: L’Istituto è stato ufficialmente inaugurato nel settembre 2013, ma noi avevamo già organizzato una serie di programmi culturali prima di quello. La serie delle Serate di caffè turco era il primo programma organizzato in questo edificio. Abbiamo anche altri eventi mensili regolari, come le serate di film turchi, o una «Conversazione Yunus Emre», tenuta solo in turco. Abbiamo anche alcuni eventi speciali, e partecipiamo a tali programmi popolari, come la Notte dei Musei, ma vogliamo anche collaborare con altre sedi di eventi popolari e istituzioni accademiche. In marzo abbiamo avuto un «Giorno Gül Baba», quando abbiamo organizzato una conferenza congiunta con l’Accademia Ungherese delle Scienze, e un concerto fuori l’edificio. Inoltre, insegniamo turco. Forse siamo diversi dalle altre istituzioni di questo tipo, che i nostri professori sono tutti turchi. Voglio dire, ora abbiamo anche un insegnante ungherese, ma anche lui ha studiato in Turchia, e richiediamo ai nostri professori di avere titoli accademici da università turche, e laurea in lingua o in letteratura turca.

Qual’è la distribuzione per età del pubblico alle serate di caffè e agli altri eventi dell’Istituto?

Á. T.: Questo dipende molto dai programmi. Per esempio, le serate dedicate al cinema vengono visitate da molti giovani, mentre il pubblico delle serate di caffè è variabile, dagli studenti universitari alle persone di settant’anni. Allo stesso modo, nella casa di danza e nei corsi di lingua abbiamo studenti di scuola superiore, e gente oltre settanta. Quindi è molto vario. Noi naturalmente cerchiamo di raggiungere le giovani generazioni, ma non vogliamo far passare in seconda linea i temi scientifici. Anche nel campo della musica vogliamo offrire un ampio spettro, dalla musica classica attraverso folk al jazz. Abbiamo avuto tutti i tipi di concerti.

Come si sono iniziate le serate di caffè? Come è nata l’idea?


Ildikó Rüll

Ildikó Rüll: Sia Ági e io abbiamo vissuto in Turchia, e ci siamo innamorati dlla sua cultura. Tutt’e due siamo tornate a casa molto entusiaste, alla ricerca di occasioni per incontrare questa cultura anche a casa. Ci siamo incontrati a uno di questi eventi, e abbiamo deciso di organizzare qualcosa di regolare. Ecco come le conversazioni di caffè turco si sono organizzate ogni primo mercoledì del mese. Volevamo creare una serata di discorso informale, scegliendo sempre un argomento da questo enorme gamma culturale, al quale invitiamo un esperto, ma gli chiediamo di introdurre il tema in solo 30 minuti, e il resto si basa sulle domande dl pubblico, così che queste serate sono di solito molto interattive. Mi ricordo di aver cominciato con otto partecipanti, seduti nella galleria di una piccola casa da tè, era molto accogliente. Più tard la voce si è sparsa, tutti invitavano più persone, abbiamo vagato da un posto all’altro, e dal febbraio scorso siamo stabilmente qui. L’Istituto non era ancora ufficialmente aperto, ma eravamo felici, perché questo è il posto migliore per questa serie, ed anche loro erano felici, perché questo è ancora l’evento di punta dell’Istituto. Siamo lieti di esser riusciti a formare una buona base in questi quattro anni, incontriamo tanti volti di ritorno, una comunità si è stata formata, e anche noi impariamo molto di queste serate, perché nessuna di noi è un esperto turco. I temi si sviluppano secondo le nostre interessi, ma anche il pubblico può suggerire argomenti.

Á. T.: Ed è anche importante, a quale argomento troviamo un speaker, perché ci sono un sacco di temi che ci interessano, ma non conosciamo nessun esperto di essi.

Perché proprio la cultura turca?

Á. T.: Neanche noi conosciamo ancora la risposta a questa domanda. (ride)

I. R.: Io solitamente rispondo che ci sono cose che non esigono una spiegazione razionale.

Á. T.: Non abbiamo legami familiari in Turchia. La nostra storia era solo che tutt’e due siamo andati in Turchia, e ci siamo innamorati del paese. Io sono stato prima in un’università estiva di un’organizzazione studentesca. Era allora che mi sono innamorata del paese, e da allora cerco di tornarci il più spesso possibile.

I. R.: E la mia prima volta è stato un viaggio privato. Forse è per questo che le serate di caffè turco sono tanto di successo, perché noi lo guardiamo in una luce diversa, infatti tutti siamo outsiders. È per questo che vogliamo organizzare discorsi informali, che sono differenti dalle lezioni universitarie. All’inizio sempre annunciamo, che non ci sono domande cattive, tutti possono chiedere ciò che vogliono, o commentare qualsiasi cosa, non devono aver paura di condividere le loro opinioni e pensieri. Il nostro obiettivo è di portare questa cultura più vicina a ciascuno. O se qualcuno pensa che lui o lei è interessato solo all’artigianato turco, ma non nella storia, dopo un paio di eventi gli possiamo dimostrare, che anche la storia e la letteratura può essere interessante, e così possiamo ampliare l’orizzonte di quelli che sono già interessanti al tema a un certo livello.

Che ne sapete, quanto vi si conosce in Turchia?

Á. T.: Notizie sull’Istituto appaiono regolarmente in Turchia, perché c’è una serie di agenzie di stampa, e i loro rappresentanti locali vengono regolarmente ai nostri eventi. Per esempio, il primo compleanno dell’Istituto è stato molto sbandierato in Turchia, ma non so se le serate di caffè sono state menzionate.

I. R.: Io penso che non ancora, ma per fortuna in Ungheria sempre più persone parlano di noi, per cui siamo molto contenti, perché tutto questo si è cominciato da un’iniziativa assolutamente civile, nessuno era dietro di noi. Questo è un good news story, come si può avviare un evento in collaborazione con altri.

Sicuramente non era semplice finanziarlo, soprattutto all’inizio…

Á. T: Sì, all’inizio siamo andati in posti, dove non abbiamo dovuto pagare l’affitto, e abbiamo sempre comprato un cioccolato sul nostro denaro per i speakers, che, tra l’altro, fanno le loro relazioni sempre senza stipendio. E poi, come l’evento è divenuto più grande, abbiamo dovuto andare in luoghi dove si doveva pagare l’affitto, per la tecnologia, il suono, il proiettore. L’abbiamo risolto cercando diversi uomini d’affari turchi – non solo uno sponsor, perché in questo modo probabilmente non ci avrebbero sostenuto, ma una persona diversa ogni mese, che ha pagato quella piccola somma per noi, e noi in cambio abbiamo ovviamente indicato il suo logo e annunciato il suo nome. Ma c’erano anche occasioni, quando non siamo riusciti di trovare uno sponsor, allora abbiamo raccolto donazioni. Come Ildi lo ha detto, abbiamo avuto molti ospiti ricorrenti, che vedevano, come abbiamo lavorato durante tutti questi anni, e che era veramente una passione per noi. Allora abbiamo messo una piccola scatola all’ingresso, e annunciato, che se a loro è piacciuta la sera, dovrebbero contribuire con quanto volevano…

I. R.: …e infatti, tutti hanno contribuito, con cinquanta centesimi, un euro, e quindi abbiamo raccolto l’importo per il prossimo affitto. Così eravamo in grado di organizzare la prossima occasiona con loro e per loro.

Come avete scelto gli sponsors? Avete per esempio cercato di trovare uno sponsor che era in qualche modo legato al tema della serata?

Á. T.: No, li abbiamo contattati solo sulla base di conoscenza.

I. R.: Visto che tutt’e due facevamo questo accanto al nostro lavoro principale, non lo potevamo considerare così consapevolmente, lungo un filo tematico. Ora, che Ági lavora nel’Istituto, cerchiamo di adattare anche le serate di caffè ai temi dell’Istituto, che cambiano ogni mese o due mesi.

Quali sono i vostri progetti per il futoro? Progettate anche altri programmi, ad esempio escursioni urbane che si concentrano sull’eredità ottomana di Budapest?

Á. T.: Gli eventi regolari si continuano nell’Istituto, e sicuramente parteciperemo alla Notte dei Musei. Come fino ad ora, cercheremo di trovare un tema speciale per ogni mese. Il maggio successivo, per esempio, sarà speciale, perché si concentrerà sulla gastronomia, ci saranno colazioni e cene tradizionali, corsi di cucina turca.

I. R.: Molte persone vengono da noi e dicono, come sarebbe bello se avessimo organizzato delle escursioni urbane del genere, e perciò ci siamo già pensati. In realtà tutto dipend dalle risorse umane, se possiamo concentrarci anche su questo, e abbiamo abbastanza energia per organizzarlo. Ma comunque sarebbe molto buono, ora, che una comunità si è già formata attorno alle serate di caffè, sulla quale possiamo già costuire.


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Foto della serata da Dániel Végel, dal sito Facebook del Yunus Emre Budapest.

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